Prima di morire, riuscì a vivere diverse vite, ognuna più instabile, fuori posto e scomoda per tutti quelli che gli stavano intorno, ma soprattutto per se stesso. Oggi sono passati trentacinque anni dalla morte di Serge Gainsbourg.
Non era un uomo capace di fermarsi al momento giusto e dirsi: basta, questo è il limite, non andrò oltre.
Trattava il limite come un invito.
La sua Parigi notturna non è una cartolina. È un luogo dove qualcosa scivola sempre fuori asse: fumo, alcol, stanchezza, conversazioni portate avanti un po' troppo a lungo e un po' troppo sinceramente, un volto che con il passare degli anni finge sempre meno che tutto sia sotto controllo. Non è una posa o un'immagine, ma una condizione che alla fine diventa impossibile da recitare.
Ed è proprio questo che sentiamo.
Da una parte c'è Je t'aime... moi non plus. Non flirta con l'erotismo, ma lo mette sul tavolo senza coperture o esitazioni, in un modo inaccettabile allora e ancora capace di creare disagio oggi, purché qualcuno ascolti davvero invece di limitarsi ad affermare di conoscere un classico.
Dall'altra c'è Histoire de Melody Nelson, arrangiato con una precisione tale da diventare sospetto, come se tutto il caos fosse attraversato dal controllo, un controllo che funziona soltanto fino a un certo punto e poi comincia a crollare insieme a lui.
Non era una contraddizione. Era tutto quanto.
Un uomo capace di scrivere qualcosa di bello e di fare qualcosa che ti spinge a distogliere lo sguardo non è semplicemente "controverso". È reale in un modo che non offre conforto né al pubblico né a se stesso. Trasformò perfino l'inno nazionale francese in reggae.
Ecco perché allora fu uno scandalo.
Oggi diventerebbe immediatamente un problema da rimuovere. La cultura contemporanea ha poca pazienza per chi non rientra nella cornice e si rifiuta di provarci. Tutto deve essere descritto, difeso e sicuro, preferibilmente impacchettato in modo che nessuno si senta troppo a disagio.
Gainsbourg distrugge quel meccanismo in pochi secondi.
Non può essere corretto, riscritto nella lingua delle regole di oggi o levigato senza uccidere ciò che conta. L'unica opzione, oggi, sarebbe tentare di silenziarlo.
Eppure ritorna.
Non perché gli anniversari facciano rivivere il suo nome, ma perché la musica non contiene calcolo né quella nervosa gestione contemporanea dell'immagine. C'è una persona che a volte va troppo oltre, dice troppo e lascia qualcosa con cui nessuno sa bene che cosa fare.
È questo che resta.
Lo senti per caso a tarda notte, quando tutto ha cominciato a rallentare. All'improvviso la stanza diventa più silenziosa, non perché il mondo abbia taciuto, ma perché sta suonando qualcosa con una precisione insolita, senza filtri, protezione o gli strati che indossiamo ogni mattina.
Con lui era sempre un passo di troppo.
Proprio per questo la gente continua ad ascoltare.













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