Voci di un tempo, un pulsare morbido, melodie dai bordi un po’ consumati. Nella musica di Pejzaż c’è qualcosa di un appartamento le cui finestre sono rimaste aperte tutto il pomeriggio. Il sole se n’è già andato, ma quando tocchi il davanzale lo senti ancora sotto le dita. Così penso a Ostatni Dzień Lata. E così vorrei ricordare quest’estate che sta finendo.
Pejzaż è Bartosz Kruczyński. Il suo album Ostatni Dzień Lata è uscito nel 2018 per The Very Polish Cut Outs. Il brano che gli dà il titolo dura nove minuti e ventidue secondi. Abbastanza per smettere di guardare l’orologio. Ben poco per salutare qualcosa che si vorrebbe ancora trattenere.
Kruczyński costruisce questa musica con frammenti di vecchie registrazioni. Nel brano che dà il titolo al disco si incontrano, fra gli altri, Jedno rozstanie di Liliana Urbańska e Parę pytań di Andrzej Dąbrowski. Già i titoli, Una separazione e Qualche domanda, compongono una sequenza familiare. Qualcosa accade. Poi cerchiamo a lungo di capire che cosa. Le voci vengono da un’altra epoca, ma le loro domande trovano senza fatica il nostro indirizzo di oggi. Origine dei campionamenti.
In questa forma di collage riconosco il mio modo di ricordare. Di un mese intero resta a volte l’intonazione di una sola frase. Di una lunga conversazione, un dettaglio che allora sembrava irrilevante. Tutto intorno sbiadisce e quel frammento conserva ostinatamente il suo colore. Lo si può richiamare quasi per intero. Perfino la temperatura dell’aria.
Oggi è il 22 settembre. Provo a raccogliere la mia estate e di continuo qualcosa mi scivola dalle mani. Le cose belle si mescolano a quelle difficili. A volte le separavano poche ore. È difficile dare un solo voto a un’estate così. Del resto, ho sempre meno voglia di trasformare la mia vita in un posto dove c’è continuamente un esame da superare.
Sono grato per il bene. Per una vicinanza che permetteva di respirare più tranquillamente. Per le risate arrivate senza preavviso. Per una presenza e per la voglia ritrovata di aspettare qualcosa con gioia. Per la musica che veniva subito voglia di mandare a qualcuno. Quell’impulso mi commuove ancora. Pochi minuti di suono si rivelano troppo belli per tenerli solo per sé.
Sono grato anche per le cose brutte, anche se su questa frase mi soffermo molto più a lungo. Ci sono ancora cose che non capisco. Che non riesco a perdonare né a superare. Tornano nei momenti meno opportuni e possono occupare tutta la stanza. Non so ancora raccontarle con voce tranquilla. Alcune non voglio raccontarle affatto.
La gratitudine compare da qualche parte lì accanto. Nel fatto che comincio a riconoscere i miei limiti prima di esaurire le forze. Nell’attenzione maggiore alle persone con cui non devo preparare ogni frase. Nel coraggio di lasciare a volte una domanda senza cercare ancora una risposta. Tutto mi insegna qualcosa. Per una parte di quel sapere ho pagato più di quanto avrei voluto.
Ci sono lezioni dopo le quali si rimane a lungo seduti in un’aula vuota. La campanella è già suonata. Fuori qualcuno parla, da qualche parte parte un autobus, un pomeriggio qualsiasi va avanti. E si continua a fissare lo stesso punto. Solo dopo un po’ ci si accorge di avere fame. Che si è fatto fresco. Che si vorrebbe sentire una voce familiare.
È allora che mi aiuta una musica come quella di Pejzaż. Il suo ritmo dà qualcosa da fare ai miei pensieri e i frammenti che ritornano mi permettono di restare un momento accanto a qualcosa di conosciuto. Mi commuove sempre il gesto stesso di scegliere, fra vecchie registrazioni, qualcosa che possa ancora risuonare. Una voce trova posto fra altri suoni. Conserva la sua età, il suo colore e il suo tremore. In questa nuova vicinanza cominciamo a sentirci qualcos’altro.
Vorrei trattare la mia memoria con la stessa cura. Conservare i momenti belli insieme a ciò che provavo davvero allora. Il dolore arrivato dopo si prende così facilmente tutto, si aggiunge a ogni fotografia, occupa un posto a ogni tavolo. Eppure quella risata è esistita. Anche quel sollievo. Ci sono stati giorni in cui desideravo davvero che la sera arrivasse un po’ più tardi.
Me li tengo. Senza correggere i finali né aggiungere promesse. Voglio ricordare che sapevo essere felice. Che lo so ancora. Anche se un attimo dopo torna qualcosa che continuo a non saper affrontare.
Ostatni Dzień Lata raccoglie per me questi sentimenti in un’unica registrazione. Calore e peso. La voglia di restare e la consapevolezza del tempo che passa. Oggi lo lascio durare tutti i suoi nove minuti e ventidue secondi. C’è ancora tanto a cui non so dare un nome.
Fra poco bisognerà chiudere la finestra. Per un momento tengo la mano sul davanzale.











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