A volte non si torna nel passato. A volte basta aprire una vecchia conversazione, scorrere qualche schermata verso l’alto e accorgersi improvvisamente di essere già lì.
La notte scorsa ho letto messaggi scambiati con persone che un tempo vedevo più spesso, conoscevo meglio o almeno credevo di conoscere. Alcune frasi avevano conservato la temperatura del momento. Altre sembravano oggetti di scena rimasti dopo uno spettacolo di cui nessuno aveva annunciato ufficialmente la fine. C’erano battute comprensibili solo allora, progetti senza seguito, tenerezza offerta di sfuggita e la certezza che la conversazione sarebbe continuata domani.
I domani sanno essere terribilmente maleducati. Arrivano, portano via le persone e non chiudono nemmeno la finestra della chat dietro di sé.
Da qualche parte tra un messaggio e l’altro è tornata “Puppy Dog”. Conosco i The Shivers da molto tempo. Non li ho scoperti oggi tra i suggerimenti e non me li ha serviti una playlist che fingeva un incontro casuale. Le loro canzoni hanno abitato spesso le mie orecchie in un altro periodo della vita. Per questo il ritorno non somigliava all’incontro con una band. Somigliava piuttosto all’apertura di una porta su una stanza in cui qualcuno aveva lasciato la luce accesa.
“Puppy Dog” non entra cercando l’effetto. Non ha bisogno di un colpo violento né di una melodia che pretenda di essere subito impressa nella memoria. Le tastiere diffondono una luce morbida e attenuata, il ritmo si muove senza fretta e la voce resta vicina. C’è un calore soul, ma anche qualcosa di ruvido, come se ogni parola dovesse farsi strada attraverso l’orgoglio.
Keith Zarriello (voce) non canta come un uomo pronto a combattere per amore. Sembra piuttosto qualcuno che ha perso la battaglia da tempo ma non ha ancora lasciato il luogo dell’accaduto. Conserva un residuo di noncuranza, anche se emotivamente è già seduto davanti alla porta, in attesa del più piccolo gesto.
Il cucciolo del titolo non è un’immagine dolce. È incatenato nel cortile, riceve qualunque cosa qualcuno decida di lanciargli e guarda la donna amata portare a casa altri uomini. Gli sembrano perfino persone abbastanza a posto. Il problema è che nessuno di loro la amerà con la sua stessa fedeltà.
A questo punto la canzone potrebbe diventare grottesca. Un adulto che si paragona a un cane chiede pietà con la stessa forza con cui chiede affetto. I The Shivers, però, non cercano di salvare la sua dignità. Lo lasciano in quel cortile, con gli occhi fissi su qualcuno che da tempo ha smesso di considerarli un obbligo.
La fedeltà appare bella finché ha un luogo in cui tornare. Priva di reciprocità, diventa un’abitudine. Non si aspetta più perché qualcosa potrebbe accadere. Si aspetta perché non si ricorda chi si era prima di cominciare.
Ciò che fa più male non è la presenza degli altri uomini. È l’accettazione degli avanzi. Il protagonista prenderà qualsiasi porzione di attenzione, purché venga dalla persona giusta. Nello stesso tempo cerca di convincersi che questa dedizione incondizionata renda più grande il suo amore. Forse lo rende soltanto più indifeso.
La musica non costruisce una lite attorno a tutto questo. Non sottolinea l’umiliazione con un gesto drammatico. La culla. Il suono caldo avvolge il testo con tanta delicatezza che all’inizio è facile non accorgersi di quanto sia sgradevole la situazione descritta. La melodia accarezza, mentre le parole stringono il collare.
“Puppy Dog” viene dall’album Forever Is A Word, registrato a Brooklyn nel 2014 su nastro da due pollici. Il calore analogico non è un ornamento che imita un’epoca passata. Dà alla canzone un corpo. Gli strumenti non brillano separatamente, ma respirano la stessa aria, come persone chiuse insieme di notte in una piccola stanza.
L’album è uscito il 14 febbraio 2015. È difficile immaginare una data più perfidamente ironica per un disco in cui l’amore sfiora così spesso la solitudine. I cuori di San Valentino pendono nelle vetrine, qualcuno compra fiori e qualcun altro aspetta un messaggio. Nel frattempo i The Shivers guardano dentro un cortile dove l’attaccamento ha smesso di essere una figura retorica.
Leggere di notte vecchie conversazioni funziona allo stesso modo. Prima vediamo le parole, poi cominciamo a sentire la nostra voce di anni fa. Riconosciamo il modo di scherzare, l’impazienza, le speranze e sentimenti che oggi non sapremmo più esprimere esattamente allo stesso modo. Le persone dall’altra parte dello schermo possono essere lontane. Ancora più lontana appare la persona che eravamo mentre scrivevamo.
Non ogni nostalgia desidera riavere una persona precisa. A volte ci manca la nostra stessa intensità, la facilità con cui potevamo regalare a qualcuno un intero pomeriggio, una notte o gli anni successivi. Ci manca la convinzione che la fedeltà sarebbe bastata a conservare la vicinanza.
Le vecchie conversazioni mostrano che non è bastata. “Puppy Dog” lo sapeva fin dall’inizio.
Per questo, anni dopo, la canzone suona diversa, anche se nella registrazione non è cambiata una sola nota. È l’ascoltatore a raggiungerla con un peso differente. Un tempo sentiva la melodia e la sofferenza romantica. Oggi riconosce anche la dipendenza, la fame di attenzione e quella particolare speranza capace di sopravvivere a tutto tranne che alla realizzazione.
Eppure è difficile distogliersi da quella voce. È troppo umana per riderne. Quasi tutti hanno aspettato almeno una volta davanti alla porta di qualcuno, anche se non era una porta vera. A volte bastavano lo schermo del telefono, un punto verde accanto a un nome e un messaggio rimasto senza risposta per ore.
I The Shivers non sciolgono la catena. Non propongono una via d’uscita e non restituiscono al protagonista l’orgoglio perduto. Lo lasciano dov’era e permettono alla musica di girare attorno al suo attaccamento.
Anni dopo è ancora seduto davanti alla porta. Solo che la casa alla quale conduceva esiste ormai soltanto nell’archivio delle conversazioni.













Commenti
0