Nel 2022 è cambiato tutto, e in questa frase non c'è un grammo di esagerazione. Non è stato un periodo difficile o un momento di incertezza, ma qualcosa che ha mandato in frantumi la vita e ha preteso che venisse ricostruita senza alcuna garanzia che avrebbe mai ripreso a funzionare come prima. Ha anche ridisposto le persone intorno a me. Alcune sono scomparse, altre si sono avvicinate più che mai, e all'improvviso è diventato chiaro che la vicinanza e la distanza avevano ben poco a che fare con la posizione occupata da ciascuno prima di allora.
Non voglio raccontare qui la storia dell'incidente. L'ho già fatto, e chiunque volesse leggerla ha potuto farlo. Questo testo non parla dello schianto, ma di ciò che resta dopo, quando tutto si è fatto silenzioso e rimani solo con te stesso dentro una realtà che non hai scelto.
In quella realtà rimane la musica.
Prima dell'incidente non ci costruivo intorno nessuna filosofia. Non forzavo le analisi e non fingevo che ogni brano fosse un grande evento. Ascoltavo e basta. Si sentiva qualcosa oppure no, a volte di più, a volte di meno. Certe cose arrivavano più in profondità, altre passavano oltre. Era sufficiente.
Quello che è successo dopo non è stato che all'improvviso ho cominciato ad ascoltare in modo diverso. Semplicemente, una canzone precisa ha iniziato a tornare ancora e ancora, ostinata e senza chiedere permesso.
Dopo l'incidente tornavo molto spesso a Jak dobrze, że Cię mam di Kortez, il cui titolo significa "Che bello averti con me". La conoscevo già da prima, quando la vita era ancora intatta, ma soltanto in seguito è diventata qualcosa di più di una canzone ben scritta. Ha smesso di essere una scelta ed è diventata un bisogno.
Lo si vedeva nel modo più semplice, in un unico gesto che ho ripetuto più spesso di quanto mi piaccia ammettere. Premere repeat e restare nello stesso posto ancora una volta, e poi un'altra, come se quei pochi minuti contenessero qualcosa che non riuscivo a trovare da nessun'altra parte.
Ricordo che ero sdraiato dopo tutto quanto, incapace di fare molte cose che un tempo erano ovvie, mentre la canzone partiva di nuovo. Per quei pochi minuti mi sono reso conto che non dovevo gestire, spiegare o dimostrare nulla. Stranamente, bastava.
Il colpo più duro è arrivato dopo, quando ho visto i miei Staś e Anielka e ho capito quanto fossimo stati vicini a un mondo senza di me, o senza uno di loro. Il confine tra ciò che esiste ora e ciò che avrebbe potuto smettere del tutto di esistere era stato sottilissimo. La canzone ha smesso di essere una fonte di calma momentanea. Ha acquisito un significato così preciso che non era più possibile ascoltare la canzone e poi dimenticarla.
Ci sono momenti in cui guardi i tuoi figli e non hai grandi parole o conclusioni, soltanto la semplice consapevolezza che sei qui e che non era affatto scontato. Allora torni alla stessa canzone, perché soltanto lei riesce a sostenere ciò che tu non sai mettere in frasi.
Ricordo anche un momento completamente diverso, quando ho provato a tornare alla "vita normale", a mettere qualcosa di nuovo, a vedere che cosa stava succedendo e a essere di nuovo la persona che vive nella musica e conosce la scena. Nel giro di pochi minuti mi accorgevo che tutto mi passava accanto e non funzionava più come prima. Tornavo a quell'unico brano, perché almeno lì qualcosa era ancora al suo posto.
Solo allora ho capito che non era una questione di gusto né di scelta.
Era una questione di bisogno.
Repeat non era più una comodità o un'abitudine. Significava fermarsi in un luogo ancora sopportabile quando il resto della giornata poteva diventare troppo pesante. Da fuori può sembrare banale. Dentro funziona diversamente. A volte hai davvero bisogno di una cosa che non cambi dopo che tutto il resto è già cambiato da tempo.
Con l'incidente è arrivata anche un'altra cosa a cui non avevo mai pensato: il modo in cui il corpo reagisce al suono. La musica, a quanto pare, non è soltanto qualcosa che senti con le orecchie. La avverti fisicamente, a volte troppo forte, a volte troppo pesante, a volte con una tale intensità da doverla spegnere perché non riesci a sostenerla.
In altri momenti, una sola canzone fa più di qualsiasi altra cosa. Ti dà qualcosa che è impossibile nominare, anche se sai perfettamente che ne avevi bisogno.
La musica, naturalmente, non aggiusta nulla, e non intendo fingere il contrario. Non riporta indietro il tempo, non ricuce i rapporti e non restituisce ciò che è stato portato via. Ma sa restare accanto a te senza stancarti, senza pretendere nulla e senza fare domande alle quali, comunque, non hai risposta.
Oggi non direi che ascolto meglio. Sarebbe una semplice bugia. Ascolto con un peso diverso dentro di me. Per questo alcune cose restano più a lungo, mentre altre smettono completamente di esistere.
Forse è proprio per questo che quella canzone è rimasta con me così a lungo. A un certo punto ha smesso di essere soltanto una canzone ed è diventata ciò che era presente quando ne avevo bisogno, senza interpretazioni e senza tutta quella elaborata sovrastruttura che costruiamo con tanta facilità quando va tutto bene.
Quando non va tutto bene, restano le cose più semplici. E a volte bastano.













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