Oggi avrei dovuto scrivere di tutt'altro. Il testo stava già prendendo forma da qualche parte dentro di me. Aveva trovato il suo ritmo e le sue frasi. Poi tutto si è fermato. Una frase, un nome. Taylor Kirk è morto. È morto il 14 aprile 2026. La notizia mi è arrivata due settimane dopo...
Quarantaquattro. Non è un'età da retrospettive. È un'età per altri dischi, per aspettare, per la quieta certezza che arriverà ancora qualcosa e troverà quel luogo nascosto dentro di te. Io aspettavo. Aspettavo davvero.
I Timber Timbre non sono mai stati soltanto una band per me. Erano uno stato: notturno, appiccicoso, vagamente inquietante eppure stranamente sicuro. La sua voce non guidava. Ti attirava dentro. Non spiegava nulla. Ti lasciava solo al centro di una canzone e guardava che cosa ne avresti fatto.
Ricordo Amburgo e il Reeperbahn Festival. Le luci erano basse, come se qualcuno avesse deciso di proposito che la sala non dovesse mai diventare troppo luminosa. E lui era lì, quasi immobile, come se sapesse di non dover fare nulla perché tutto accadesse. È stato uno dei concerti più belli che abbia mai visto. Non perché fosse spettacolare. Perché era dolorosamente vero.
Ciò che rimane ora è una sensazione che resiste a un nome. Non è soltanto tristezza. Somiglia di più a una frattura nella continuità, come se il mondo musicale che conoscevo avesse perso all'improvviso una delle sue coordinate silenziose ma assolutamente essenziali.
L'ultimo album, Lovage, rimarrà esattamente così: chiuso, senza quel passo successivo che ero certo sarebbe arrivato.
Forse ciò che fa più male è non aver avuto nemmeno il tempo di prepararmi all'idea che un giorno lui non sarebbe più stato là fuori, dall'altra parte, con un'altra canzone in arrivo.













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