Per prima cosa senti il riff.
Non è particolarmente complicato, ed è proprio per questo che ti rimane subito in testa. La chitarra di Ian Dench, però, non si comporta come una tipica base rock. È breve, nervosa, ritmica, saltella più di quanto porti avanti la melodia. Invece di trascinarsi dietro la canzone, comincia a ballare insieme a lei.
Poi entra il basso e, d'un tratto, l'intero brano comincia a cambiare forma.
La chitarra dice rock. Il ritmo risponde: pista da ballo. La voce sfiora l'hip-hop e il basso si comporta come se fosse appena scappato da una registrazione funk.
Unbelievable non ha molta voglia di decidere che cosa sia davvero.
Per fortuna nessuno ha costretto gli EMF a prendere una decisione del genere.
Ian Dench ha raccontato che il riff nacque insieme alla melodia dopo essersi lasciato con la fidanzata. Lui stesso ne descriveva il movimento come qualcosa a metà tra un modo di pensare blues e uno flamenco. In studio suonava quella figura insieme al bassista Zak Foley, così i due strumenti finiscono praticamente incollati in un unico meccanismo.
Ed è proprio qui che comincia tutto il trucco.
Sotto la band rock lavora una macchina.
Il rock incontra il sampler
Il produttore Ralph Jezzard aveva già preparato un sample di batteria, e Dench programmò altre parti per dare al ritmo un impatto più forte, più fisico. Si aggiungono un sintetizzatore Yamaha CS 10, un pianoforte programmato su un sampler Casio FZ 1 e brevi campioni sonori disseminati in tutto l'arrangiamento.
Sono i primi anni Novanta racchiusi in meno di quattro minuti.
Solo poco tempo prima, elementi simili appartenevano spesso a mondi separati. La chitarra restava una chitarra, la house viveva nei club, l'hip-hop costruiva brani con i sample e l'indie britannico aveva le proprie sale, la propria stampa e il proprio pubblico.
Gli EMF arrivarono nel momento esatto in cui quei confini cominciavano a essere più d'intralcio che d'aiuto.
James Atkin ricordava la propria passione per hip-hop, acid house, electro, Soul II Soul, Chicago house e Detroit techno. Dench bilanciava quelle spinte con una scrittura chitarristica, ma non provava a zittirle.
Per questo Unbelievable non suona come un compromesso.
Suona come l'incontro tra più linguaggi che scoprono all'improvviso di avere un ritmo in comune.
Ogni elemento tira la canzone dalla propria parte, eppure il tutto resta sfacciatamente compatto. La chitarra vuole essere un riff. Il basso vuole ballare. La batteria vuole entrare in pista. La voce a volte canta, a volte parla, a volte quasi rappa.
Persino il celebre Oh! dopo il ritornello non viene da nessun membro del gruppo. È un sample del comico americano Andrew Dice Clay. Dench raccontò poi che riuscirono a ottenere i diritti dopo un incontro casuale con Rick Rubin a Los Angeles.
Oggi un montaggio sonoro del genere non sorprende nessuno.
Allora apparteneva a un nuovo linguaggio del pop.
James Atkin non si preoccupa quasi mai di cantare bene
Ma la cosa che preferisco è la voce.
James Atkin non prova a dimostrare di essere un grande cantante rock. Canta in un registro acuto, con fare provocatorio e, a tratti, quasi noncurante. Le strofe hanno più in comune con la declamazione ritmica che con la classica conduzione della melodia.
Poi arriva il ritornello.
È assurdamente semplice e prende immediatamente il controllo dell'intero brano.
Quella trascuratezza era in parte voluta. Atkin ricordava di aver cantato la canzone in modo molto libero già nel demo su quattro piste. Durante la sessione vera e propria, il gruppo voleva conservare la leggerezza dei concerti, così la voce fu registrata soltanto due volte.
Sul disco finì il primo tentativo.
E meno male.
Grazie a questo, Unbelievable non suona come un singolo montato da una commissione per il successo internazionale. Nulla è stato lucidato fino a far scomparire il carattere dell'esecuzione.
Atkin lascia i graffi.
Si sente un uomo che non sta davanti al microfono per mostrare la propria tecnica. Deve lanciare una frase, centrare il ritmo e sparire prima che qualcuno faccia in tempo a correggerla.
Tutto il brano funziona allo stesso modo.
Chitarra, sampler, basso funk, frasi rappate e pulsazione da club entrano nella stessa stanza. Nessuno cede il posto.
Eppure ci stanno tutti.
Il momento perfetto tra il 1990 e il 1991
Il singolo uscì nel Regno Unito il 22 ottobre 1990 per la Parlophone. Comparve nella classifica ufficiale britannica il 3 novembre e a dicembre arrivò al terzo posto. In totale trascorse tredici settimane nella Top 100.
Basta guardare che cosa aveva intorno.
Nella Top 40 britannica si potevano trovare allora 808 State, Deee Lite, Soul II Soul e Monie Love. La pista da ballo, l'hip-hop e il pop entravano sempre più spesso gli uni negli studi degli altri senza bussare.
Gli EMF non erano l'unico gruppo britannico a unire chitarre ed elettronica. La stampa dell'epoca li accostava, tra gli altri, ai Jesus Jones e ai Pop Will Eat Itself.
Unbelievable, però, aveva un vantaggio.
Sotto l'intero ibrido stilistico c'era una canzone con un centro di gravità straordinariamente semplice.
Si potevano analizzare il sampler, il basso funk, l'acid house, la figura di chitarra e la frase hip-hop.
Oppure si poteva non analizzare nulla e limitarsi a saltare.
Gli americani scelsero la seconda soluzione con notevole efficacia.
Il 20 luglio 1991 Unbelievable arrivò al primo posto della Billboard Hot 100. Nel Regno Unito si fermò al terzo, quindi il più grande singolo degli EMF ottenne un successo ancora maggiore dall'altra parte dell'Atlantico che a casa.
Neppure in Polonia era sconosciuto. L'archivio della Lista Przebojów Programu Trzeciego registra sette presenze in classifica tra il 19 luglio e il 30 agosto 1991. Il brano arrivò fino al diciottesimo posto.
Ma i numeri raccontano soltanto il finale della storia.
La parte più interessante accadde prima, nel momento in cui cinque ragazzi di Forest of Dean smisero di trattare chitarra, sampler, ritmo da club e melodia pop come elementi provenienti da scaffali diversi.
In Unbelievable la chitarra non deve combattere contro l'elettronica.
Può ballare insieme a lei.
Ed è proprio per questo che quel riff semplice, più di tre decenni dopo, non riesce ancora a stare fermo.













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